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Il libro

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Calzaturificio Trento – Fratelli Battistini

La ricerca sul Calzaturificio Trento – Fratelli Battistini nacque avvicinandosi il centenario della fondazione dell’azienda, avvenuta nel 1917. All’inizio il mio intento era soprattutto quello di ricostruire una storia familiare della quale, paradossalmente, conoscevo molto meno di quanto pensassi.

Tutto cominciò da una fotografia. Raffigurava un gruppo di operaie davanti alla fabbrica e da quell’immagine nacquero le prime domande. Cominciai così a cercare documenti, a consultare archivi e Camera di Commercio, a raccogliere fotografie, testimonianze e notizie che potessero ricostruire la storia dell’azienda.

Procedendo nella ricerca, però, mi resi conto che ciò che stavo raccontando andava molto oltre le vicende della mia famiglia. La storia della Battistini si intrecciava con quella di Forlì e con quasi un secolo di storia italiana: il lavoro e l’industrializzazione, le due guerre, il fascismo, gli scioperi, la ricostruzione. E soprattutto emergeva con sempre maggiore forza la storia delle donne, che per decenni costituirono la grande maggioranza delle maestranze della fabbrica.

Quella che era iniziata come una ricerca sulle mie origini si trasformò così, quasi naturalmente, nel racconto di una memoria locale e collettiva, appartenente non soltanto alla famiglia Battistini, ma alle centinaia di persone che in quella fabbrica avevano lavorato e alle loro famiglie.

Quando il libro fu pubblicato, con il patrocinio del Comune di Forlì, pensavo che, esaurita la curiosità iniziale, avrebbe avuto il destino di tanti volumi di storia locale: conservarsi in qualche biblioteca o su qualche scaffale, magari un po’ impolverato. Un archivista, invece, mi disse allora una frase che mi è rimasta impressa: un libro, una volta pubblicato, prende una sua strada propria.

Aveva ragione.

L’antica fabbrica, dopo la cessazione della sua funzione industriale, era stata riconvertita e, già dalla fine degli anni Ottanta, tra gli edifici era rimasto uno spazio aperto, una piazzetta ancora senza un vero nome. Molti anni dopo quello spazio è diventato il centro di un percorso di riqualificazione e di partecipazione che ha coinvolto residenti, associazioni, assemblea condominiale e Comune.

Attraverso un referendum di quartiere aperto alla città si scelse di legare quel luogo proprio alla memoria delle donne che per tanti anni avevano lavorato alla Battistini. Nel 2019 nacque così la Piazzetta delle Operaie.

La riqualificazione non riguardò soltanto il nome: la piazzetta cominciò ad acquistare una nuova identità attraverso l’arte pubblica, i murales dedicati alle donne, le panchine, le fioriere e altre iniziative nate dalla collaborazione tra chi abitava quello spazio e la città. Il luogo dell’antica fabbrica tornava così a raccontare, in una forma completamente nuova, una parte della propria storia.

Ed è qui che la frase dell’archivista, per me, ha acquistato davvero significato. Il libro aveva preso una strada che non avrei potuto immaginare mentre lo scrivevo. Una ricerca cominciata da una fotografia e dal desiderio personale di conoscere le mie origini aveva contribuito a riportare alla luce una memoria che apparteneva a molti.

Forse è questo l’esito più bello e inatteso di tutta la vicenda: essere partita da una fotografia, avere cercato una storia familiare e avere trovato, strada facendo, una storia collettiva. E vedere poi quella storia tornare fisicamente nel luogo da cui era partita, nella Piazzetta delle Operaie.