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Dove sentirete storie di coraggio e di donne e di cambiamenti.

(a cura di Tiresiamedia)

Come spesso mi accade, nei dipinti prendo spunto dalle fotografie. Fotografie che non sono interessato a copiare, ma a scoprire. All’inizio non mi è chiaro cosa mi attrae di quell’immagine ma è lavorandoci che riesco a identificare il punto che mi interessa. A volte è un particolare, un’intenzione, il dopo o il prima dello scatto fotografico, una luce.

Una volta identificato cosa mi risuona di quell’immagine cerco in tutti i modi di darle voce, di riprodurla, di amplificarla, a costo anche di non essere fedele alla fotografia.

Ecco, in questo caso la foto di partenza vede una bambina sugli scogli alla quale è appena stato detto: “Non camminare sugli scogli!”. Ma lei è già sugli scogli, lei vuole camminare sugli scogli, lei riconosce che sta facendo una cosa che non le è consentita, ma vuole farla: vuole andare, forzare il limite e lo fa.

Credits Filippo Venturi

La storia

31 ottobre 1941: le operaie della Fabbrica Battistini non sanno come andrà a finire ma decidono di scioperare per il pane, è il primo sciopero di tutto il territorio, nessuno aveva fatto qualcosa di simile prima.

27 marzo 1944: le operaie della Fabbrica Battistini decidono di uscire dalla fabbrica, coinvolgere tutte le altre donne e disarmate puntare dritto alla caserma dove uomini armati stanno per fucilare i renitenti alla leva condannati a morte. 

Stiamo parlando di un periodo in cui era ancora normale che le donne aspettassero in piedi che gli uomini avessero finito di mangiare per poi sedersi e dividersi quanto rimasto. Era normale che a casa non avessero spazio di parola.

Stiamo parlando di un periodo in cui furono assunte anche giovanissime nelle fabbriche perché gli uomini non c’erano. L’assunzione era considerata una concessione che veniva loro fatta ed era normale dunque pagarle molto meno. Molte di loro non sapevano neanche quanto meno perché la paga la consegnavano direttamente al capofamiglia.

Fabbriche in cui ricoprivano qualsiasi ruolo, tranne quelli di comando, di ufficio o decisionali, che comunque spettavano sempre agli uomini.

Stiamo parlando di un periodo in cui per molte di loro lo spogliatoio in fabbrica era l’unico posto in cui sentivano di esistere, potevano parlare, venivano prese in considerazione.

Stiamo parlando di un periodo in cui non era sempre possibile scegliere con chi dividere la propria vita, decidere quale uomo avere a fianco nel proprio percorso. Poteva capitare anche di essere contese come “macchine da cucina” da forze partigiane come da forze tedesche, perché era una modalità culturale molto, troppo, diffusa.

Teresa Valmori

In questo periodo, in questo contesto, Tonina Laghi racconta e dice che lì nello spogliatoio, in fabbrica, come operaia, assieme alle altre donne, c’era la possibilità di riconoscersi nel proprio genere.

Racconta di un evento che la fece sentire per la prima volta importante come persona: a quattordici anni, arrivata al lavoro alla Mangelli, trovò gli agenti che perquisivano le operaie accusate di aver preso una matassa di filo.

Un agente esclamò: “Che vergogna, meriterebbero di avere spaccata la testa”.

“Bum, stai attento che non si spacchi prima la tua” rispose lei credendo di non essere sentita.

All’uscita dallo spogliatoio era attesa dagli agenti che la portarono assieme alle donne accusate del furto in caserma e fu rilasciata grazie alle sue colleghe che avevano incrociato le braccia in fabbrica chiedendo fosse liberata.

Arrivata in fabbrica trovò tutte le maestranze ad attenderla. Per la prima volta si sentì chiamare” signorina Laghi” e per la prima volta si sentì importante come persona.

31 ottobre 1941: Sciopero del pane.

27 marzo 1944: Sciopero della Ripa.

Le operaie della Battistini scioperano, forzano un limite. Compiono un passo che non aveva ancora compiuto nessuno. Compiono due azioni che lasceranno il segno: il primo sciopero sotto il fascismo del nostro territorio e il primo sciopero politico che riesce a salvare delle vite. Due scioperi che aprono le porte al cambiamento.

Forzano un limite e lo fanno per i loro uomini, per gli uomini di tutte, per i figli di tutte, lo fanno per dire basta ed escono dal limite in cui veniva loro chiesto di stare, lo fanno perchè è da fare.

Come la bambina sugli scogli prendono la parola, escono da uno spazio in cui viene loro chiesto di stare, uno spazio che le stringe e che giustifica tante ingiustizie. 

Ma se questa era la condizione degli anni 40, qual è la condizione oggi?

 

Credits Filippo Venturi

Se prendiamo a riferimento la retribuzione oraria, la differenza si aggira sul 17%. Ma se si va a commisurare quella media siamo intorno al 50%, questo per via delle qualifiche del lavoro.

Le donne usufruiscono del part time per seguire la famiglia e gli anziani, spesso sono impiegate in lavori scarsamente retribuiti e sono rappresentate in misura minima rispetto alle qualifiche più alte come dirigenti e funzionari.

Nella maternità sono cambiate tante cose: all’epoca si lavorava fino al giorno prima del parto, oggi l’attuale legge offre tutta una serie di garanzie e prevede particolari forme di tutela fino agli otto anni dei figli e molte delle tutele previste sono estese anche al padre.

Ma proprio per questo a volte chi deve assumere guarda se una donna è sposata, se ha figli, se è in età fertile, insomma c’è una tutela piena e quindi una lavoratrice potrebbe avere difficoltà reali ad essere assunta.

Ci sono però tutele per i licenziamenti che avvengono nel primo anno del bambino, proprio per cercare di presidiare la situazione.

Un tempo c’era una forma di supporto di vicinato, di tessuto sociale che oggi è venuto a mancare perché il lavoro è diventato un luogo più competitivo e siamo sempre più chiusi nelle vite familiari e private, mostrando sempre più diffidenza verso l’esterno. 

Molte sono le controversie legate alla difficile di conciliazione tra i tempi del lavoro e quelli della famiglia.

Questi sono alcuni degli aspetti che fanno parte di questo spazio delimitato o recintato in cui alla donna è chiesto di stare, uno spazio che comprende appunto tanti aspetti e per questo chiedo:

Ma se invece che una bambina seminuda in questo dipinto ci fosse stata una ragazza seminuda che fa un passo avanti e forza un limite, ci avrebbe detto le stesse cose?

Nell’armadio

Le storie delle operaie della Battistini; Teresa Valmori, Maria Nardi, la “Lotti”, Silvana Vignutelli, Liliana Vasumini, Tonina Laghi e tante altre.

Curiosità

18 marzo 1871, Parigi. Furono le donne a dare l’allarme frapponendosi fra i due schieramenti e disinnescando lo scontro frontale, al punto che i soldati mandati a reprimere fraternizzarono con i loro fratelli. Comune Parigina.

1917, San Pietroburgo. Le donne della filatura di cotone Krasnaja Nit provocarono la scintilla chiamando gli uomini delle officine Putilov. Rivoluzione di Febbraio.

31 ottobre 1941, Forlì. Le operaie della Fabbrica Battistini non sanno come andrà a finire ma decidono di scioperare per il pane, è il primo sciopero di tutto il territorio, nessuno aveva fatto qualcosa di simile.

27 marzo 1944, Forlì. Le operaie della Fabbrica Battistini decidono di uscire dalla fabbrica coinvolgere tutte le altre donne e disarmate puntare dritto alla caserma dove uomini armati stanno per fucilare i renitenti alla leva condannati a morte. 

22 dicembre 1949, Costa D’Avorio.
Prima dell’indipendenza, la Marche de femmes.

Il 6 febbraio tre persone vengono arrestate, subiscono maltrattamenti, non vengono però definite le date per i processi, i detenuti inizieranno poi uno sciopero della fame.

Le mogli dei detenuti il 22 dicembre organizzano una marcia da Abidjan a Grand Bassam dove c’è la prigione, sono circa 50 km.

Partono inizialmente con delle bandiere francesi per non destare sospetti, in breve tempo però se ne capisce l’intenzione per cui agli autobus viene imposto di prendere solo tre donne alla volta.

Infine viene completamente vietato alle donne di salire sugli autobus.

Le donne però proseguono: “Noi non siamo nate con una macchina e siamo libere di camminare”, si dividono, non è un corteo, sono gruppetti di venti persone che si disperdono, passano per i campi, nelle piantagioni di cocco, nelle strade secondarie, cercano di aggirare l’ostruzionismo coloniale.

La popolazione di Grand Bassam ospita le prime donne arrivate ma nel frattempo continuano ad arrivare donne che hanno camminato per tre giorni, sono partite in quattro, sono arrivate in più di duemila, non sono più invisibili.

Il 24 dicembre le autorità coloniali reprimono la marcia, con spari, lacrimogeni, cariche e arresti ma l’esito è avere le date processuali.

Fra l’altro una delle prime avvocatesse donne di Abidjan si offrirà poi di assistere i detenuti a processo.

Sono gesti pieni di coraggio e delicatezza che hanno messo in discussione dei limiti imposti mettendo in campo una potenza straordinaria.

E, mentre le donne che li hanno vissuti direttamente hanno avuto una grande opportunità di sentirsi vive e riconosciute, per tutti gli altri aprono delle porte per poterle riconoscere.

Oggi infatti sono cambiate delle cose per cui convivono nella nostra società, indipendentemente dal paese di origine dei cittadini, situazioni come quelle in cui addirittura le donne si siedono ancora a tavola solo quando i maschi hanno finito di mangiare con situazioni più sperimentali dove invece uomini e donne si occupano delle stesse cose, se le dividono più in base caratteriale e si relazionano in una maniera diversa in cerca di nuovi equilibri.

Ecco, io mi sento di fare parte di queste seconde situazioni ma non per questo mi sento meno uomo, anzi.

Io sono Marcello Di Camillo, un artista di fame locale, ho fatto un pò di ricerca sulle storie di ieri e di oggi che gravitano attorno all’ex fabbrica Battistini e tanti cittadini mi hanno inviato loro spunti e idee mettendomele fisicamente dentro ad un armadio, da tutte queste cose sono nati poi i dipinti che ho realizzato sui muri dell’edificio, le storie che puoi leggere qui sotto e che puoi ascoltare nelle tracce audio.