Questo è un dipinto anomalo, forse un po’ visionario e criptico soprattutto per chi non leggerà o non avrà modo di approfondire la sua storia.
Di fatto si tratta di un’immagine che mi sono inventato per poter raccontare dei contenuti che alcuni cittadini mi hanno consegnato e che erano impossibili da dipinge ma al tempo stesso non era possibile lasciarli non raccontati.
Ho pensato ad un frigo perché è un contenitore che abita in tantissime case e a differenza della lavatrice o di altri elettrodomestici viene spesso eletto come il sostituto paradossale del caminetto.
Mi spiego: una volta sul camino si appoggiavano lettere, cartoline, cimeli, piccoli tesori, cose di valore che ti trasmettevano un pensiero, uno stile di vita, un ricordo o un motto da seguire.
Questa cosa oggi accade al frigo: nonostante le sue grandi distanze dal caminetto spesso si trovano su di esso liste della spesa, appunti, foto, frasi che trasmettono uno spirito, modi di dire che indicano uno stile di vita, magneti, ricordi o altro.
Ecco io l’ho usato così, e quindi dietro ogni cosa attaccata su questo frigo c’è un mondo come dietro ad ogni cartolina c’è un paesaggio e una storia.
Ve ne racconto due.
Primo racconto da Frigo
Le caramelle
Durante l’azione di arte pubblica che ha portato a questi murales c’è stato un momento iniziale in cui io dipingevo le pareti esterne di un armadio presentando il mio stile pittorico e chiedevo alle persone di mettere dentro all’armadio ciò che avrebbero voluto io raccontassi poi con il mio stile quando sarei andato a dipingere sui muri.
Ad un certo punto dentro all’armadio appaiono due cartine di caramelle color azzurro verdastre perfettamente arrotolate.
Chiedo spiegazione e l’autore di questo gesto mi dice che da un po’ di anni fa dei piccoli mosaici con le cartacce delle caramelle: le arrotola e poi le incolla su un foglio A4 dove ha preparato un disegno, le usa come fossero dei maccheroncini colorati per comporre il disegno, proprio come si fa nei mosaici.
All’inizio, essendo lui sassofonista, i disegni che faceva erano quasi sempre ritratti di sassofonisti.
Quindi i mosaici, che a questo punto mi mostra anche e che sono molto belli, ritraggono quasi sempre dei sassofonisti.
Una storia molto bella, dei bei mosaici, ma a me rimane da capire il perché di quelle due cartine azzurro verdastre nel mio armadio.
Ed è a questo punto che viene una parte incredibile.
Per tanti anni ha fatto questi mosaici e per tanti anni li ha fatti raccogliendo le cartacce delle caramelle da terra piuttosto che mangiare centinaia di caramelle al giorno.
Per riempire un foglio A4 servono almeno 500 cartine e non vanno bene tutte, nel senso che quando e dove serve il giallo serve una cartina gialla, dove serve il rosso quella rossa, eccetera.
Di conseguenza, a forza di seguire questa pratica e per aumentare le possibilità di trovare la cartina giusta nel momento giusto lui ha praticamente mappato la città in base a chi e dove butta cartine di caramelle, quali caramelle mangia e quindi con quale colore.
È arrivato anche a segnarsi alcuni mangiatori seriali in grado di spargere in pochi metri e sempre nello stesso tragitto una discreta quantità di cartine.
Se avesse deciso di comprarsi e mangiarsi un sacco di caramelle o di farsi tenere le cartacce da un bar (cosa quest’ultima che gli succede adesso) non avrebbe mai attraversato la città in questo modo particolare e con questo sguardo incredibile sulle cose.
In conclusione lui mi dice:
“Ho visto che chiedevi di mettere dentro all’armadio qualcosa e mi è sembrata una cosa molto bella. Pensando a cosa portarti, ti ho portato queste due cartine per me rarissime e quindi preziose.
Queste cartine io le trovavo solo attorno a questo palazzo forse perché trattasi di caramelle al gusto liquirizia e anice, un gusto che non piace a tutti.”
Nell’armadio
Foto testimonianze e zirudelle di Edmondo Valpiani, cartine di caramelle arrotolate, una conchiglia definita puzzona, una poesia, scritti sulle api, “Giri Di Parole-mappe emotive della Forlì che scrive” a cura di Giorgia Monti-Colare Parole 2014, testimonianze e racconti de IL.ROF.
Secondo racconto da Frigo
Edmondo Valpiani il Marangon
Edmondo Valpiani lavorò alla Battistini per qualche anno in gioventù, ne uscì dicendo: “Ecco io un giorno avrò un’azienda e non tratterò mai gli operai come sono stato trattato io qui dentro!”
Facendo un po’ di ricerca devo dire che non mi è stato assolutamente possibile identificare questo luogo di lavoro come maligno e irrispettoso come neanche forse potrei dire completamente il contrario, posso invece dire che in realtà Edmondo Valpiani lui sì, era un personaggio avanti per i suoi tempi.
Siamo negli anni ‘30 ‘40. Lui poi aprì effettivamente una sua falegnameria, quando andò in pensione lasciò l’azienda per anni ai suoi dipendenti per non lasciarli senza lavoro. Quando arrivarono le fatture, per non diventare troppo formale, inseriva in ogni fattura una poesia in rima dedicata al cliente e all’esperienza di lavoro svolta.
Una poesia, sì, perché Edmondo scriveva in rima delle zirudelle che venivano anche pubblicate sui vari giornali locali.
Ma vi descriverò il suo modo di prendere la vita con quest’altro aneddoto che per me merita un suo posto nel frigo.
Durante il lavoro un giorno succede un incidente e Edmondo perde un dito tagliato da una sega. A questo punto si chiede “Cosa faccio? Lo raccolgo e corro dove qualcuno me lo può riattaccare? Magari mi rimane anche storto, chissà”.
In conclusione pensa, e va beh, ho perso un dito, oramai è andata.
Costruisce una piccola bara di legno per il suo dito e poi con un parente va a Castrocaro in una vigna, fa il funerale al dito e lo seppellisce.
Ma nella bara ci mette una sua poesia in rima che recita più o meno così:
“Caro San Pietro, io adesso ti mando questo come acconto ma per il resto facciamo che lasciamo passare un bel pò di tempo”.
Ecco, questo spirito qui era parte di Edmondo e mi piaceva raccoglierlo e metterlo sul nostro frigo a ricordarci che le cose si possono prendere anche così.









